Storia

di Marta Viva

Il giorno 17 aprile 1932, alle ore 22:15, un cedimento strutturale del campanile provocava il crollo della chiesa parrocchiale di Corsano, intitolata a Santa Sofia.

L’edificio, le cui origini risalivano all’età tardo bizantina, era stato più volte ristrutturato nel corso del tempo, modificato e arricchito di altari e statue.

In seguito al crollo ben pochi furono gli elementi architettonici che si poterono recuperare: nei giardini vicini furono provvisoriamente depositati solo pochi capitelli e frammenti di statue, grazie al tempestivo intervento di alcuni corsanesi.

L’uomo che forse con più passione ed efficienza si dedicò all’opera di recupero dei reperti artistici fu il signor Pantaleo Brogna, spinto non solo dal senso di responsabilità, in quanto sagrestano della chiesa crollata, ma anche dal forte senso religioso.

Al fine di dare degno ricovero alle statue raccolte, Pantaleo, che già era stato il committente di alcune di esse, acquistò dal fratello Francesco una piccola casa in via Fiume e trasformò le due stanze che la componevano nella cappella che conosciamo adesso.

Anche nel giardino di questa “casa-cappella” furono depositati capitelli e frammenti di statue provenienti dalla chiesa di Santa Sofia, ora purtroppo scomparsi.

E mentre le autorità civili e religiose si occupavano della ricostruzione della chiesa crollata, Pantaleo provvedeva a decorare la sua cappella. Alla facciata venne aggiunto un timpano decorato con una Deposizione in pietra leccese e con due plinti provenienti dagli altari di Santa Sofia, mentre all’interno trovarono collocazione definitiva il tabernacolo e una piccola acquasantiera, anch’essi recuperati dal crollo della chiesa. Altra provenienza, invece, aveva l’unica opera pittorica di tutta la cappella: l’Immacolata regina posta al di sopra della porta d’ingresso, infatti, proviene dal castello baronale di Corsano. A questi “frammenti d’arte sacra”, raccolti qua e là, Pantaleo unì, col passare degli anni, un gran numero di statue in legno o, più spesso, cartapesta: oggi possiamo stimare che fossero almeno una trentina.

Sul modo in cui Pantaleo riuscisse a procurarsi i soldi per adempiere a una devozione tanto costosa, non ci è stato possibile sapere nulla di certo.

Dai pettegolezzi del paese emerge il sospetto dei “prelievi” effettuati da Pantaleo dalla questua domenicale: tale pratica, attribuita a molti sagrestani di tutti i tempi e di tutte le latitudini, non è mai stata confermata dalle testimonianze dirette che abbiamo raccolto. D’altro canto bisogna anche considerare che Pantaleo viveva da solo, senza l’onere di una famiglia da mantenere, e, oltretutto, arrotondava i suoi guadagni facendo il barbiere nella stessa bottega in piazza Umberto I, dove già suo padre, mesciu ‘Ndrea, aveva esercitato all’occorrenza sia il mestiere del barbiere che del ciabattino.

In ogni caso Pantaleo continuò ad acquistare statue da artigiani e artisti anche famosi; era un cliente così affezionato che la “Premiata Ditta Longo” di Lecce gli fece omaggio di un rilievo che lo ritraeva nell’atto di ricevere misticamente la Comunione dall’immagine del Sacro Cuore, di Cui era particolarmente devoto e al Quale, appunto, aveva dedicato la cappella.

I parenti raccontano che questa fu una vera sorpresa per Pantaleo e possiamo certamente immaginare quale fu la sua soddisfazione quando si vide rappresentato alla pari di devoti committenti ben più nobili e ricchi di un umile sagrestano.

Intanto la cappella era stata benedetta e consacrata e occasionalmente, negli anni passati, vi erano officiate anche celebrazioni liturgiche.

Col tempo, comunque, questo divenne piuttosto un vero e proprio “magazzino” di statue, aperto al pubblico solo in occasione di festività particolari, quando erano previste processioni con qualcuna delle statue lì conservate. Si ha memoria, ad esempio, del giorno del Venerdì Santo, quando le statue cosiddette “dei Misteri” (con riferimento ai Misteri Dolorosi del Santo Rosario) erano dapprima esposte alla venerazione dei fedeli e poi portate in processione. La cappella del Sacro Cuore ospitava la statua dell’Addolorata, il Cristo alla colonna ossia “l’Ecce homo”, Gesù che porta la croce, il Cireneo, Gesù sul calvario, il Cristo morto. Purtroppo di questi gruppi di statue sono rimaste solo la Madonna Addolorata e il Cristo morto.

Altre processioni che avevano come protagoniste le statue di Pantaleo erano quella dei SS. Medici, di Santa Lucia e di San Luigi. In queste occasioni la devozione popolare trovava la sua manifestazione forse più appariscente: le strade del paese erano coperte di fiori e ogni massaia esponeva i pezzi migliori del suo corredo per decorare finestre e balconi e renderli, così, più degni del passaggio del Santo.

Come queste forme di devozione, a causa dell’inarrestabile cambiamento della società e in concomitanza con l’avanzare dell’età dello stesso Pantaleo, anche la cappella del Sacro Cuore perse la sua forza evocativa. Alla morte del sacrestano, sopraggiunta nel 1974, anche questo simbolo della pietà religiosa popolare venne abbandonato alle ingiurie del tempo, tanto che alcune statue, a causa dell’umidità degli ambienti, non più arieggiati dal loro premuroso custode, si ridussero in pezzi.

Ad oggi le statue che si possono ammirare sono solo una parte di quelle raccolte da Pantaleo. Negli anni ‘70, infatti, la statua di San Bartolo venne donata alla famiglia Bortone e ora viene conservata nell’omonima cappellina.

Anche la statua di Santa Maura è stata donata nel 1979 al sig. Biagio Orlando in occasione della riapertura al culto della cappella campestre dedicata alla Santa. Invece le statue del Cireneo (”Santu Cireneu“), il Cristo alla Colonna, di San Pietro, di San Paolo, Sant’Antonio da Padova, Sant’Attilio e San Biagio (ligneo), assai logorate, sono stati cedute, insieme al gruppo statuario della Madonna di Pompei, alla fine degli anni ‘60. Quest’ultima opera, in particolare, è ricordata ancora oggi per la sua bellezza.

Da ultimi menzioniamo anche i SS. Medici conservati presso la cappella Madonna dell’alto (chiamata anche cappella “Santi Medici”) e anch’essi commissionati per devozione di Pantaleo.

Alla fine di questo racconto (che, precisiamo ancora una volta, è il risultato della fusione di molti ricordi, più o meno frammentari) siamo certi che rimangano ancora molti punti interrogativi sulla storia della cappella del Sacro Cuore e del suo ideatore. Crediamo, però, che non stia a noi chiarirli: noi, mentre Biagio De Masi toglieva la polvere dalle statue, abbiamo cercato solo di “togliere un po’ di polvere dal deposito della memoria”, per riproporre, a chi non la conoscesse, la storia di un nostro concittadino davvero sui generis.

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